Il Perugino e il parlare col donca

foto del comune di perugiaDopo aver scritto il manuale per aiutare la gente che approda a Firenze a comprendere meglio i locali, ho pensato che potrei aiutare anche quelle che arrivano a Perugia, dove il dialetto è sacro e il fatto che ci scambino per toscani, ci fa impazzire.

Per esempio, quando vogliono imitare il nostro dialetto (parlo di “nostro” perché sono Perugina a tutti gli effetti anche se ormai vivo da quasi 13 anni a Firenze), possono farlo come segue:

  1. So de Perujia ([peˈruːʒa] strusciando la G come fossimo Toscani)- SBAGLIATO! La G la diciamo bene!
  2.  Iniziano una qualche frase mettendo a caso le U e imitando piuttosto il dialetto di Foligno – SBAGLIATO! Avete presente: So de Fulignu lu centru de lu mundu? Ecco! Mai cosa più lontana dal nostro dialetto!
  3. Oppure ci obbligano a dire Brodo di Dado, perché loro non lo sanno dire o se provano ad imitarci, viene fuori una cosa grottesca. Ad ogni modo….BINGO!! Qui si parla davvero del dialetto Perugino! Perché la vera “D” perugina ha un punto di articolazione retroflesso rispetto alla normale D italiana. Da noi si dice che “se parla col donca“.

Il dialetto perugino è stato confinato per anni dall’Impero Pontificio in quello che era il corridoio Bizantino. Esso è presente solo nella città di Perugia e in qualche paese confinante, mentre le sue province più distanti, hanno subito influenze varie: dal marchigiano (per quanto riguarda i dialetti a sud di Perugia), all’emiliano per quanto riguarda la zona di Gubbio, Gualdo Tadino e Città di Castello.

Ad ogni modo, qualora foste interessati al dialetto perugino, vi consiglio il sito Wikidonca che potrà risolvere ogni vostro dubbio.

Ma questo non vuole essere un trattato sul dialetto perugino (a cui anzi accennerò soltanto qui e là), ma un aiuto per comprendere quelle frasi o parole che usano i Perugini quotidianamente quando parlano quello che si avvicina maggiormente all’italiano standard.

Detto questo, ci sono da ricordare un paio di regole:
# L’articolo determinativo IL si dice ‘L – quello indeterminato UN, UNO, UNA perdono la U e diventano: ‘N, ‘NO, ‘NA. Esempi: ‘L mi fratello (mio fratello), ‘na strada (una strada).

#La negazione NON diventa ‘n. Es: ‘n mangio niente a cena , n’ lo so (che in dialetto stretto sarebbe: Nnel so! O Nunnel so!)

# Il Troncamento (la caduta di suoni a fine parole) o la sincope (la caduta di vocali o suoni all’interno della parola) sono all’ordine del giorno. Se siete in dubbio: troncate! I verbi infiniti, per esempio, perdono il “RE” finale:
Mangiare= Mangia’ (in dialetto magnà o magnè)
Compare= Compra’
Dormire= Dormi’
E così via.

# “GLI” si pronuncia come se ci fosse solo la I semivocale ( [j] ): PUIA al posto di Puglia, MAIA al posto di Maglia, BAGAIO al posto di Bagaglio ecc. Il vero Perugino non riesce proprio a dire il “GL”, insomma, e soprattuto non capisce mai dove vada messa o meno! Quello che ricorda a memoria bene, per il resto ha il 50% di possibilità.

#La S che segue una consonante prende il suono della “z”. Per esempio: Io penso diventa Io Penzo, L’ho perso diventa L’ho perzo. Anche qui, il Perugino ha forti difficoltà a scrivere correttamente. Spesso si ritrova a scrivere SenSa SenZo per tutta la vita, considerando che pronuncia esattamente allo stesso modo queste parole, che esse siano scritte correttamente o meno!!

# I nomi di donna vengono preceduti dall’articolo LA: La Giovanna, La Lucia, La Silvia.

# SU al posto di IN. Non esiste la preposizine “in”. Esempio: Non si va in un pub, ma sul pub. Il fazzoletto non è nel cassetto, ma sul cassetto. Il senso è chiaro, ma capisco che uno di fuori, mi immagini appolaiata sopra il tetto di un pub ogni volta che lo dico.

# Per finire, ci sono un paio di cose (facciamo tre forse quattro) che, pur essendo molto dialettali, un Perugino potrebbe lasciarsi “scappare” parlando con qualcuno che di Perugia non è:

  1. AR- al posto di RI-. Esempio: arporto=riporto. Armango=Rimango. T’archiamo io = Ti richiamo io.
  2.  La palatalizzazione di /a/ che diventa [æ], cioè una “è” molto aperta. Esempio: casa= chèsa , cane= chène
  3. Ta = da. Esempio: Dillo ta me! = Dillo a me.
  4. Tlì / Tlà = lì / là oppure Tu qui = qui. Esempio: hè visto ‘l coltello? E’ tlì! = Hai visto il coltello? E’ lì.

Ed ora passiamo alle parole o frasi di uso comune che potreste incontrare nel parlare con un Perugino:

Frégo-Fréga= ragazzo-ragazza. Con tutte le varie sfumature, tipo:
Freghino = ragazzino, ragazzo giovane
‘l mi frego= il mio fidanzato
Oh Freghi!= Oh amici!

Bulo = Ganzo. Es. Quant’è bulo ‘l gioco nuovo, freghi! = Quanto è divertente/ganzo il gioco nuovo, ragazzi!

Còcco – è usato come intercalare quando si parla con qualcuno. Come ti chiami, cocco?

Compro = comprato, cioè il contrario di fatto in casa. Le donne massaie Perugine sono molto fiere della loro arte culinaria, tanto da voler distinguere ciò che è fatto con le proprie mani da quello più banale e commerciale comprato in negozio. Es. Le lasagne enn’ compre? – Le lasagne sono state acquistate (o le hai fatte tu)?

Mòllo = Bagnato. Es. ‘L pavimento è mollo = il pavimento è bagnato.

Marampto = maldestro. La parola è quasi onomatopeica, infatti la lingua inciampa  al solo tentativo di pronunciarla. Si usa per quelle persone maldestre che combinano un malestro dietro all’altro. Tipo: ME!!

Cinquino = ceffone a mano aperta (e non cinque euro come potrebbero erroneamente pensare alcuni), in modo da far rimanere il segno evidente di cinque dita. Es. Te do ‘n cinquino.

Brégno = broncio. Smorfia che si fa con la bocca, imitando un bambino piccolo, quando qualcosa non va proprio come si vorrebbe e ci si rimane male.

La mèzza. A Perugia, se ti dai un appuntamento alla Mezza, non è un locale, né un posto particolare, ma è mezzogiorno e mezzo. Invece che stare a dire tutti questi “mezzi”, si abbrevia (quando non si può sincopare…).

Grifocomune foto da Wikidonca

 Ello (èllo) = Eccolo. Anche qui si abbrevia! Siamo gente a cui piace la sintesi! Esempio: èllo, ‘l ve’= eccolo là, vedi!

Tòrcolo – tipico dolce perugino. E’ il classico ciambellone da inzuppare nel latte. Ma non azzardatevi a chiamarlo ciambellone. Per noi è quasi un insulto. Il torcolo è il torcolo (dialettale: Torq’lo)

‘l Grifo – Oltre ad essere il simbolo di Perugia, è anche il “soprannome” della squadra di calcio del Perugia. Quindi attenzione a cosa dite e a come ne parlate.

Modi di dire:

Te ce do la giunta. Quando da bambina facevo qualche gioco pericoloso, mia nonna diceva: “si te fè male, te ce do la giunta” = Se ti fai male, poi io ti do anche le botte per punirti ulteriormente (l’aggiunta di botte, appunto)

Arvò ‘ntol mio= torno a casa. Questa frase è molto dialettale in realtà, ma viene spesso usata perché a noi Perugini piace! Considerate che Ritornare si può tradurre con: Artorna’ o Argi’. Troncamento, ricordate?

Una volta mia nonna vide passare una signora davanti al suo cancello e mi disse: “E l vè la Pina, chissà si è argita o arnuta” = Ecco la Pina, chissà se sta andando o tornando.

Cusì ‘nnè ‘l verso = Così non va bene! Questo lo sentirete mooolto spesso! Il Perugino tipico si lamenta tanto!

La magnamo o la ‘ncartamo = che facciamo? Muoviti! – Si usa per far smuovere le persone quando sono indecise o lente e ricorda il barista che, quando chiedi qualcosa da mangiare, ti domanda se è da mangiare subito o portar via.

‘Na Mulica oppure ‘na mulichina = un pochino. Le mulichine di pane sono le briciole del pane infatti. E questa immagine quasi fiabesca è, appunto, la base della metafora che dà origine a questo modo di dire.

So a Bestia = Sono nei guai fino al collo. Deriva dal gioco di carte “Bestia” dove chi perde va, appunto, in bestia.

Fa’ le vasche sul Corso = passeggiare su e giù per Corso Vannucci (detto anche “‘l Corso”), che è la principale via pedonale in centro a Perugia.

Lassa Gi’ = lascia fare. A tale proposito vi invito a vedere il video di Ralf e i Sette Cervelli (qui con testo), dove viene ampiamente spiegato cosa voglia dire e come si usa (con la gentile collaborazione di Serse Cosmi – ex allenatore del Perugia)

Com’è? = come stai? In realtà questo modo di dire (che si sua anche per salutare un amico o un conoscente quando lo si incontra) è usato anche in altre parti di Italia con lo stesso significato (a Firenze per esempio). In altre parti il “com’è”, invece, significa solo “perché”. Ad ogni modo, se un Perugino vi saluta con un “Com’è?”, sappiate che vuole solo chiedervi come state.

Per finire, qualche insulto:

** quando non viene usata la Bestemmia, con cui ci ha influenzato la vicina Toscana, si usa: Diavolo Maiale (o anche Dièv’lo Maièle) oppure Porca Madosca (dove Madosca = miseria)

** Che te piasse fòco = lett. Che tu possa prendere fuoco. Si usa per augurare sfortuna, un po’ come “che ti venga un colpo!”.

** Somaro = tipico insulto degli over 70, quando non vogliono essere volgari.

** Bégio = stupido, sciocco. Di solito è un insulto molto leggero, detto anche in maniera scherzosa.

Dedico questo post a tutti i miei amici Perugini che mi insultano sempre perché dicono che ho dimenticato le mie origini e che ormai “parlo toscano”, in particolare al mio amico Bricco che mi ha consigliata e corretta e mi ha fatto inserire un paio di cose che a me sembravano troppo dialettali per essere in questo post.


5 thoughts on “Il Perugino e il parlare col donca

  1. Marco

    Spesso capita che le vocali a fine parola ad eccezione della A e delle vocali a fine frase siano debolissime es. ‘Te ce porto’ assomiglia a ‘t` c` porto’ come se ‘te’e ‘ ce’ fossero pronunciate da un francese.

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  2. Daniele

    Spesso (quasi sempre) capita che le consonanti doppie cadono. Es.:”mattone” diventa “mattone”,”uccello” →”ucello”.
    Alcune volte le consonanti “B” e “P” raddoppiano quando in italiano ce n’è una singola,per esempio:”dopo” diventa “doppo”,
    “tribolare”→”tribbolà”,”capanna”→”cappanna”,” roba” diventa “robba”.
    La “S” raddoppia in “così” che in perugino stretto si dice “cussì”.

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  3. Lorena

    Ciao a tutti. Mi piacerebbe sapere il significato del modo di dire; mete le bollete a mollo. Sapete rispondermi. Grazie

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    • Marina Post author

      “Mette le bollette a mollo” significa “Anticipare le cose. Prepararsi a ciò che si deve fare”. Ho dovuto chiederlo a qualche Perugino un po’ attempato, però, perché sinceramente anche io lo ignoravo!

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