Una bambina speciale

stickers murali comPensavo ai bambini speciali.

Ok, lo so. I bambini sono tutti speciali! Ma ce ne sono alcuni che vengono al mondo con qualcosa di diverso. Di solito questi bambini sono come arcobaleni, perché servono per fare alzare gli occhi al cielo agli adulti che continuano a guardare solo in basso.
Uno di questi bambini io l’ho conosciuto quando avevo 16 anni. Era una bambina, a dire il vero, bellissima, dalla carnagione olivastra e gli occhi neri e profondi. Quando l’ho incontrata la prima volta aveva 11 anni all’anagrafe, ma la sua età neurologica era di soli 4 mesi e mezzo.

Per intenderci, i medici avevano studiato le sue capacità, lo sviluppo dei suoi sensi e del grado di comprensione e, in base a questo, avevano stabilito che più o meno aveva le stesse “capacità” di un bimbo di 4 mesi e ½.

In alcune cose era inferiore (per esempio la sua vista era davvero compromessa), in altre era più “avanti”.
Ad ogni modo, quella che mi trovai di fronte, un po’ intimidita, la prima volta che la vidi, era una bambina cerebrolesa di 11 anni che non parlava, non vedeva bene e quello che le piaceva era ascoltare tutto il giorno la musica. Alcune canzoni, ancora oggi, mi ricordano lei.
La madre, una ragazza di appena 30 anni al tempo, è ancora oggi una delle persone più forti e coraggiose che abbia mai incontrato.

Si dedicava tutto il giorno alla figlia, pur riuscendo a seguire il fratellino più piccolo e mandando avanti al sua famiglia senza mai lesinare un sorriso o una battuta.

Con il tempo, diventammo anche amiche nonostante la differenza di età.

Questa donna che, come diceva un nostro amico, era votata alla santità, si era rivolta, insieme al marito, a degli esperti di riabilitazione di bambini cerebrolesi che seguivano il metodo Doman.
Il signor Glenn Doman, ha studiato a lungo il cervello e quello che ne ha dedotto è che esso è in realtà un campione olimpionico di prim’ordine, molto più di quello che pensiamo.

In poche parole, lui sosteneva che la costante sollecitazione dei nostri sensi spinga il cervello a reagire in modo che sviluppi quel senso bypassando le cellule cerebrali lese ed utilizzando quelle che normalmente noi non usiamo.

In pratica, sollecitare, per esempio, l’udito mediante alcuni esercizi precisi, farà sì che l’udito migliorerà.

Il Sig. Doman sosteneva che fino ai 5 anni, i livelli di apprendimento sono così alti che se noi diamo i giusti stimoli, qualsiasi bambino può diventare un genio.

Ma non vorrei parlarvi in questa sede di questa terapia, perché quello che so è solo legato all’esperienza di questa bambina. Mi sembrava solo opportuno accennarlo per dare un quadro alla mia esperienza.

La bimba di cui vi parlo, ad ogni modo, aveva molto da recuperare, dato che le sue coetanee normalmente passano le giornate tra compiti, amiche e le prime cottarelle. Quindi, il programma creato appositamente per lei constava di qualcosa tipo 8 ore al giorno di esercizi costanti alla presenza della madre e con l’aiuto di 2 persone ogni volta (il bello di questa terapia è non solo la costante presenza della madre, ma anche il fatto che venga fatto tutto in casa propria).

Insomma, io facevo parte di quel gruppo di volontari arruolati  per gli “esercizi” quotidiani. Eravamo almeno una ventina e ci alternavamo. Io e la mia amica Eleonora andavamo tutti i lunedì dalle 16 alle 20. Mi ricordo che mi sembrava così stancante che fu allora che iniziai a prendere il caffè, e per essere sicura di non crollare addosso alla bimba, ne prendevo due, uno di seguito all’altro.

Trasportata dall’entusiasmo, come alle volte riesce solo agli adolescenti, ogni settimana non vedevo l’ora di andare. Erano 4 ore della mia vita vissute in un mondo parallelo, dove non mi importava delle scarpe nuove da mettere per la festa di compleanno, né della traduzione di Latino, né di Beverly Hills 90210. Mi importava di essere lì, e di essere una di quelle che faceva funzionare qualcosa. Questo qualcosa erano le speranze di una bambina di 11 anni che non sapevo neanche se mi riconoscesse o meno. Le parlavo, la accarezzavo, ma lei non reagiva al mio tocco, come a quello di quasi nessun altro, tranne che della madre (la mamma è sempre la mamma).

Finché un giorno scoprii che reagiva alle canzoni.

Pur essendo vietata dal metodo Doman durante le sedute (perché i bambini devono concentrarsi sul lavoro), la musica la tranquillizzava al punto da farle sopportare quei continui esercizi. Le piacevano Claudio Baglioni, Antonello Venditti e l’Opera. Fu lì che imparai ad amare l’Opera, appunto, perché fu con lei che ascoltai un numero infinito di volte la Turandot.
Un giorno sua madre mi propose di accompagnarla ad un incontro di 3 giorni con gli specialisti del metodo Doman per il controllo della bimba. Tra le tante cose vietate, era vietato coccolare i bambini quando piangevano frustrati da una seduta di “allenamento”. Sorvolando sul perché la bimba piangesse in quel momento, quello che ricordo è solo che la madre me la affidò perché doveva andare ad una riunione generale. Lasciate sole all’ingresso della hall da dove passavano tutti, lei urlava e piangeva come una pazza, e non sapendo come farla smettere senza coccolarla, mi ricordo che riuscii a trascinarla sotto il tavolo del buffet e, lì nascoste, iniziai a cantarle nell’orecchio “Fratello Sole e Sorella Luna”. La bimba si calmò, amava quella canzone, e per la prima volta capii (o volli credere di capire) che mi riconosceva. Era strano pensare come una canzone, che abbraccia ogni essere vivente e la vita stessa, con parole scritte quasi 800 anni prima, potesse calmarla all’istante, come se ne comprendesse il senso al di là delle parole.

Anche se era stata davanti a me per tanto tempo, solo allora capii quale fosse la strada per comunicare con lei. Ero riuscita a farle sentire che c’ero e che non doveva piangere. Avevo 16 anni e mi sembrava la vittoria più importante della mia vita.
E’ strano pensare che questo sia il ricordo più bello che ho di lei.

Da lì, le cose in realtà peggiorarono. Il metodo Doman era troppo duro, richiedeva molti sforzi ed impegno: a livello fisico, a livello di tempo e a livello pecuniario.

Provarono altre vie. E io con loro. Finché a 19 anni la mia vita era troppo incasinata tra università, studi e adolescenza e smisi di andare, lentamente e con mio rammarico. Poi la sua famiglia si trasferì e non ci sentimmo più.

immagine da blog grouponQuell’angelo morì qualche anno dopo. Mia madre mi chiamò per dirmelo, e io feci finta di nulla. Non andai al funerale e oggi mi chiedo ancora perché. Dopo qualche tempo chiamai la madre e non feci altro che piangere al telefono.
Poi ripiegai quella parte della mia vita in un angolo; non per archiviarla o dimenticarla, ma per tenermela ben stretta e per rispolverarla, a volte, dato che allora, a 16 anni soltanto, non credo di aver capito tutto di quei giorni o dei miei sentimenti verso quella bambina.
Mi ricordo che coltivavo il sogno di fare anch’io, da grande, un lavoro del genere: aiutare i bambini speciali. Mi ricordo che sua madre mi disse: “No, Marina. Ti fai coinvolgere troppo. Per fare questo lavoro devi lasciare che le cose ti scivolino addosso”. Credo che la cosa non sia così semplice. Credo che devi solo essere bravo a fingere che le cose ti scivolino addosso, perché per lavorare con i bambini devi aprirti completamente e non smettere di cercare il modo di comunicare con loro. Ad ogni modo, quel lavoro non l’ho fatto.

Ma quella bambina speciale mi ha insegnato ad amare l’Opera, a trovare la strada per vedere al di là delle cose e a cercare sempre il modo di capire chi hai di fronte, perché non tutti abbiamo le stesse vie per comunicare o per comprendere.

Non dovremmo mai lasciarci indurire dalla vita, mai lasciare che gli altri ci impongano la loro strada senza aver messo in dubbio almeno  per un istante che sia la cosa giusta per noi. Dovremmo imparare a “sentire” più spesso, senza farci scivolare le cose addosso, perché alcune hanno bisogno di entrarci dentro e inondarci l’anima per poterne trarre giovamento.

Entrai in quella casa, la prima volta, pensando di andare per portare il mio aiuto, ma capii ben presto che era proprio l’opposto. Chi fa volontariato spesso lo fa per se stesso, perché riceve indietro molto più di quello che dà.

Grazie, bambina speciale!

…Dolce è capire
che non son più solo
ma che son parte di una immensa vita
che generosa risplende intorno a me
dono di Lui – del Suo immenso amore!…”

 


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