Veloce come il vento

foto da tablettv.it

Nostro Signore del sangue che corre nel buio delle vene, reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi su acceleratore e freno, proteggimi e fa che niente mi accada”.

Ci sono le storie belle, e quelle brutte, ci sono le storie fantastiche e quelle improbabili, quelle noiose e quelle banali. Poi ci sono le storie vere, quelle che se le sai raccontare, diventano le migliori, perché reclamano a gran voce la loro attinenza alla nostra realtà e al nostro essere uomini.
Questa storia l’hanno saputa raccontare, indubbiamente. Hanno preso spunto dalla vita rocambolesca e dal carattere “difficile” di un ex pilota di rally, Carlo Capone, e hanno chiamato a vestirne i panni un artista come Stefano Accorsi, uno di quelli di cui il cinema italiano si può ben vantare anche oltralpe.

L’ispirazione ha dato, quindi, buoni frutti, in un film che tiene incollati fino alla fine; uno di quelli in cui non capisci se sta per morire qualcuno e chi morirà, non sai chi vincerà o se tutte le paure dei protagonisti si avvereranno. Fino a un passo dal termine non sai bene cosa aspettarti, non sai esattamente dove ti porterà il film o forse, piuttosto, come farà a portarti fin là. Non è tutto scontato, come sembra, insomma, anche se la storia all’inizio sembra già scritta e ovvia, soprattutto se si è visto il trailer.

Giulia De Martino corre nelle gare di GT, ha 17 anni e ad allenarla è il padre, che, però, muore all’inizio del film, lasciando lei e il fratellino Nico da soli con Loris, il fratello maggiore tossicodipendente, che riappare all’improvviso dopo 10 anni e si piazza in casa con la sua ragazza (anche lei tossica) con la scusa che è l’unico parente in vita, nonché possibile tutore. L’alternativa è mandare il piccolo Nico in affidamento.
La casa, inoltre, è stata data come garanzia per un prestito che è servito a iscrivere Giulia al campionato di GTi e a coprire le spese varie che esso comporta, a patto che lei vinca il campionato. La presenza di Loris si rivela utile proprio in questo, per fortuna, dato che è un ex pilota di Rally, molto bravo ai suoi tempi come velocista e che veniva chiamato “il ballerino“.
Da qui si snoda la storia dei protagonisti e l’evolversi dei loro rapporti che non nascono solo dal sangue, ma dall’esigenza di rimanere a galla in una vita complessa e difficile.
Tra attimi di ilarità che si alternano a un’infinita tristezza, si apprezzano sempre di più il già citato Stefano Accorsi, trasandato e magro per essere credibile come tossicodipendente, e la giovane Matilda De Angelis, con quel suo viso fresco da ragazzina e qualche lentiggine che risaltano ancora di più l’ingiustizia nell’affrontare le difficoltà di una vita crudele già a 17 anni.

Le corse, quelle automobilistiche, sono imprescindibili dalla storia (anche ovviamente, direi), ma sono prive degli effetti speciali dei film americani. Infatti, le riprese sono state fatte durante corse vere nei circuiti di Imola, di Vallelunga e del Mugello. Non abbiamo corse alla Fast and Furious, insomma, anche se la tensione e l’adrenalina le accompagnano tutte dall’istante in cui si accendono i motori fino al taglio del traguardo. Mio marito, poi, ha apprezzato molto le varie automobili, dalle Porsche alla Peugeot 205 Turbo 16. Un mondo di meraviglie automobilistiche, insomma, anche se non è mancato l’inseguimento cittadino con lo scooter!

Le corse, però, servono in questo film anche come metafora della vita.

“Tu non ti diverti, quando corri” dice Loris alla sorella. Perché il consiglio del film (oltre che di Loris) è soprattutto di fare tutto al massimo e con il sorriso sul viso. Non importa avere una casa da non perdere, un campionato da vincere a tutti i costi e tonnellate di responsabilità sulle spalle! Bisogna sempre gustarsi la corsa, quella vera e quella della vita!

Per tutto il tempo, infatti, risuona nella testa la frase di Mario Andretti con cui il regista Matteo Rovere inizia il film:

“Se tu hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce”

Unico neo del film è forse il finale, un po’ moscio rispetto al resto della pellicola. Nonostante questo, ammetto di essere uscita dal cinema con gli occhi pieni di lacrime e un gran sorriso addosso.
Il cinema italiano mi ha piacevolmente stupito ancora una volta, non come con “Lo chiamavano Jeeg Robot“, ma sicuramente mi ha stupito!

 

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *